venerdì 5 agosto 2011

GPGPU: schede video che vogliono essere CPU

Nonostante il settore desktop computer sia sempre più una minoranza, a causa del fatto che gli utenti preferiscono orientarsi più su notebook, tablet, smartphone e quant’altro, i maggiori produttori di schede video discrete, ovvero ATI (ora divenuta AMD) e nVidia continuano imperterriti a sfornare schede destinate al settore desktop sempre più potenti, facendosi una feroce concorrenza senza sosta.
Questo perché il loro obiettivo non è soltanto fare profitti in QUEL settore (costituito soltanto da una minoranza degli utenti), ma anche quello di mettersi in mostra, sfoggiando le loro ultime tecnologie, in modo tale che i produttori (anche in altri settori) siano più orientati ad adoperare una soluzione piuttosto che un’altra.

Le schede video sono nate in ambito gaming, dove l’aumento del numero dei poligoni e l’aumento degli effetti degli scenari 3D cominciarono a mandare in crisi la CPU, che già si doveva occupare di far girare il sistema operativo e di creare le cosiddette “primitive”, ovvero i modelli che vanno a creare la scena 3D. La fase che trasforma questi modelli in pixel è detta “rasterizzazione”, ed è la fase più pesante in termini di calcoli. Ecco quindi la necessita di realizzare una unità di calcolo a parte, progettata e realizzata solo per eseguire la rasterizzazione.

Le storiche avversarie nel settore GPU

Il resto dalla storia è abbastanza nota, schede video sempre più potenti e sempre più vicine, in termini di consumi e calore generato, alle CPU. Siamo arrivati a tal punto che, in termini di potenza “bruta”, una GPU è notevolmente più potente di una CPU, anche di fascia alta. Perché dunque ridursi a sfruttare questa potenza enorme solo per la grafica? In realtà il compito della CPU è notevolmente più complicato, perché non si limita a dover eseguire le stesse operazioni, come avviene nelle GPU.

nVidia, il maggior produttore di GPU (sebbene non sia in una situazione di predominio rispetto ad AMD, che detiene anch’essa una bella fetta di mercato), ha deciso oramai da anni di puntare forte su questo settore, con una tecnologia chiamata nVidia CUDA. AMD si è subito accodata proponendo anch’essa una propria soluzione, chiamata ATI Stream. Tuttavia, a causa della maggiore facilità d’implementazione di CUDA rispetto a Stream, gli sviluppatori sono tutt’ora maggiormente orientati  sull’utilizzo della soluzione nVidia.

Riuscire a creare GPU di dimensioni ridotte garantisce una maggiore resa a parità di area e un minore scarto dei chip esterni

Il primo passo compiuto dall’azienda di Santa Clara è stata l’acquisizione di Ageia, una società che aveva iniziato a produrre schede dedicate al solo calcolo della fisica. Successivamente, sfruttando le conoscenze acquisite da quest’ultima, ha iniziato prima un’implementazione a livello software (a partire dall’architettura G80) e infine una a livello hardware, rendendo l’architettura delle proprie GPU maggiormente orientata al settore GPGPU. Quest’ultimo passaggio non è stato proprio indolore, infatti mentre nVidia è da sempre bravissima a fornire driver di buona qualità per i propri prodotti, in ambito hardware non è mai riuscita a surclassare AMD (o meglio sono stati bravi gli ingegneri ATI ad essere sempre competitivi nonostante le minori risorse).

Se prima quindi nVidia non riusciva a sopravanzare nettamente l’avversario in termini di prestazione nel settore desktop, ora da quando hanno cominciato la progettazione dei propri chip grafici in modo da essere orientati anche al calcolo parallelo non destinato alla grafica, l’indice delle prestazioni per watt pende considerevolmente a favore di AMD/ATI. Per ottenere le stesse prestazioni infatti, nVidia è costretta a realizzare chip di grosse dimensioni (il che costituisce un grosso fattore di perdita economica), con consumi molto elevati. Inoltre, la progettazione del loro ultimo chip, con architettura denominata “Fermi” (in onore al fisico italiano), ha incontrato grosse difficoltà, che ha portato ad un notevole ritardo nel suo rilascio. Oltretutto pare che anche l’architettura “Kepler” (successore di Fermi) stia subendo ritardi.

Alla presentazione di "Fermi", nVidia mostrò una scheda FINTA perché non era ancora pronta!

AMD e nVidia quindi adoperano due approcci differenti per affrontare il settore GPGPU. Per capire in che modo, vediamo in che modo operano nel settore server.
La soluzione AMD è chiamata FireStream, sono schede basate su GPU realizzate per calcoli di grafica e successivamente, tramite implementazioni software, convertite al calcolo parallelo.
A fronte dei problemi sopracitati, le soluzioni nVidia Tesla sono schede sempre basate sulle stesse GPU che troviamo nelle schede video, ma queste ultime non sono progettate principalmente per la grafica ma sono realizzate in modo da  adeguarsi molto bene a questo settore, e le prestazioni in questo caso sono nettamente a favore delle Tesla.

Il GPGPU tuttavia non è rivolto soltanto al settore server, infatti le tecnologie CUDA e Stream di cui parlavo prima sono implementazioni destinate a computer desktop, che al momento vengono sfruttate soltanto da un numero limitato di programmi.
La sfida alle CPU è lanciata, Intel e AMD stessa hanno risposto proponendo processori con parte grafica integrata. Lo scenario hardware è sempre più in vena di cambiamento e purtroppo sempre più complicato. 


martedì 2 agosto 2011

Caro vecchio 3D che non sei altro

Il forte legame tra tecnologia e consumismo è forse l’aspetto più brutto di questo settore. Se da un lato le tecnologie portano ad un miglioramento della vita, dall’altro contribuiscono (se pure in misura molto minore di altre cose) alla devastazione del nostro pianeta a causa di volumi di produzione elevatissimi dati dal consumismo. Questo perché chi produce tecnologia lo fa, ovviamente, per un solo scopo: vendere.

Il profitto dato dall’innovazione tuttavia, può non bastare. È il caso per esempio delle major cinematografiche, le cui produzioni hollywoodiane portano nelle loro casse milioni di dollari, a fronte tuttavia di spese di produzione divenute anch’esse milionarie a causa dell’uso di effetti speciali sempre più complicati, di attori strapagati e di campagne di marketing stratosferiche. Sono queste le situazioni in cui è necessario INNOVARE, a causa del fatto che per mantenere costanti le entrate, le case cinematografiche devono investire milioni di dollari per ogni produzione, con il rischio continuo che una di queste possa rivelarsi fallimento.

Una volta appreso che il pubblico non è attratto più come un tempo dagli effetti speciali, dai gadget e dai videogiochi ispirati ai film (questi ultimi realizzati spesso e volentieri in maniera scandalosa), è stato il momento del cinema 3D.
Il 3D è quindi l’innovazione di cui parlavo? Assolutamente No.
La tecnica del cinema 3D è nata già negli anni 20, in pratica pochi anni dopo la nascita del cinema. Ha avuto la sua prima diffusione di massa a partire dagli anni 50. Successivamente, proprio come accade con la moda, è stato abbandonato e “riesumato” diverse volte, l’ultima delle quali in concomitanza con l’uscita del film “Avatar”.

Il film Avatar, oltre ad essere il promotore del rilancio del 3D, è il film che ha incassato di più nella storia


Ecco quindi che, dove non è stato possibile innovare ancora, hanno utilizzato una tecnica già ampiamente collaudata in diversi settori, ovvero il riutilizzo delle “vecchie” tecnologie. Questa volta tuttavia la cosa mi lascia un po’ perplesso, perché mentre per esempio con il touch screen (anch’esso una tecnologia vecchia rispolverata e rivenduta come nuova) ha apportato in un certo senso una innovazione, con l’utilizzo della tecnica capacitiva ad esempio, il 3D è stato ripreso pari pari, con i soliti scomodissimi e bruttissimi occhiali e l’effetto mal di testa per chi non è abituato. Come se non bastasse il 3D non viene offerto come un omaggio, magari per invogliare la gente ad andare al cinema, ma ce lo fanno PAGARE 2€ su ogni biglietto.

Ovviamente il 3D non si ferma solo al cinema, una volta rispolverata la tecnologia infatti i produttori di televisori si sono subito affrettati a lanciare sul mercato televisori 3D, con i rispettivi occhiali non compatibili con altre marche, giusto per far spendere al cliente il più possibile. Ai produttori di TV si sono affiancati Sony (con il supporto 3D per i giochi Play Station 3) e nVidia con 3D Vision.
Sarebbe tutto fantastico se non fosse per quei maledetti occhiali, che rendono la visione meno fruibile e più scomoda, inutile negare l’evidenza.

Esistono anche diverse indagini sul fatto che gli occhiali 3D siano dannosi alla salute, ritengo tuttavia che sia un allarme ingiustificato

Fortunatamente però, il successo di quest’ultima moda ha risvegliato anche i settori di ricerca di alcune aziende, che hanno cominciato già da tempo a progettare e sviluppare display 3D senza occhialini, insomma quello che mi piace definire il VERO 3D.
Esistono vari metodi per ottenere l’effetto, alcuni fastidiosi, altri meno.In effetti questa nuova tecnologia è ancora parecchio acerba, sarebbero necessari ulteriori anni di ricerca. Purtroppo però la gente è “affamata” di 3D, è stato quindi necessario lanciare sul mercato questi nuovi display, in modo da sfruttare l’occasione ghiotta.

Da dove cominciare dunque? La difficoltà di realizzare schermi 3D di grandi dimensioni e la tendenza di mercato verso i dispositivi mobile ha fatto ricadere la scelta proprio su questi ultimi. Gli esempi più famosi sono il Nintendo 3DS e l’LG Optimus 3D. Di questi due ho provato solo il primo e sinceramente non mi è piaciuto per niente.

Il Nintendo 3DS non sta riscuotendo il successo sperato, ma Miyamoto è sempre felice ed è questo che conta

Finita la “corsa ai pixel” è iniziata la “corsa al 3D”, la speranza è che si vada verso un abbandono di quegli orrendi occhialini e si sviluppino schermi con supporto 3D reale. Se occorreranno ancora anni non importa, le cose migliori sono quelle fatte bene.

PS: un ringraziamento allo staff de ilbloggatore.com per aver inserito il blog

sabato 30 luglio 2011

Anche l’interfaccia grafica fa la sua parte

L’altro giorno sono andato all’ufficio postale per fare un versamento. Quando sono entrato ho visto con grande piacere che c’erano solo 2 persone a fare la fila, per cui ho preso il mio biglietto tutto contento e mi sono seduto.

Con l'uso dei bigliettini le poste hanno eliminato le code, ma non hanno accelerato i tempi

Passano parecchi minuti ma il numero non cambiava, negli sportelli c’erano le stesse persone che c’erano quando sono entrato. Nella mia mente già sono partiti gli insulti agli operatori dell’ufficio postale. Molto spesso li definiamo “incompetenti” o “sfaticati”, affermazioni a volte lecite, ma non è stato questo il caso.
Infatti quando è arrivato il mio turno, ho appreso dall’operatrice che il modulo da riempire per il versamento è cambiato. “Va bè, pazienza” ho pensato, avranno aggiunto qualche clausola che ha costretto al rinnovo del layout del modulo, dal momento che è già tutto pressato in quel foglio A4.
Era dunque questa la causa del rallentamento dei servizi? Assolutamente no, Poste Italiane ha cambiato anche il software dei terminali degli sportelli (in realtà lo ha fatto parecchio tempo fa, solo che nella mia città l’aggiornamento è avvenuto da poco).

Gli operatori erano non tanto smarriti, dal momento che comunque immagino abbiano seguito un corso di aggiornamento per l’utilizzo del software, ma rallentati dai ristrettissimi spazi a disposizione delle righe entro le quali vanno immessi i dati del cliente per eseguire l’operazione. Delle centinaia di migliaia di pixel dei loro monitor, solo poche decine sono dedicate all’inserimento dei dati (ovvero a ciò che effettivamente deve fare l’operatore davanti al PC), il resto è tutto grigio. Spazi lasciati vuoti, a detta dell’operatore, per consentire l’inserimento futuro di nuove funzionalità, corrispondenti probabilmente ai nuovi servizi offerti dalle Poste.

Le Interfacce grafiche dei software destinati al pubblico sono anni luce avanti rispetto a quelle dei software aziendali

Chi sviluppa software per aziende di questa portata infatti non fa le cose a caso, una delle cose da tenere conto nella fase di progettazione di interfacce grafiche è la coerenza, ovvero il mantenimento di un aspetto grafico “standardizzato”, ad esempio utilizzando sempre lo stesso layout e le stesse posizioni degli oggetti, in modo che l’utilizzatore non sia costretto a ricercare ogni volta gli elementi di interesse ad ogni cambio di schermata. Per cui magari assegnare ad ogni funzione una certa posizione potrebbe aiutare, ma se il numero di queste funzione è particolarmente elevato, si crea uno scomodo addensamento, che potrebbe ad esempio compromettere la leggibilità e quindi l’usabilità.

L’interfaccia grafica potrebbe essere vista da un imprenditore (qualsiasi azienda essa sia) come un elemento di contorno, per cui un investimento in tale aspetto potrebbe sembrare ingiustificato. Del resto ad un’azienda che opera in un settore completamente differente da quello IT (Information Technology), cosa diavolo potrebbe interessare lo sviluppo dell’interfaccia grafica del software che utilizzano i dipendenti?
Ragionamento a mio avviso completamente sbagliato, tant’è vero che la coda all’ufficio postale che si è creata (leggasi minore produttività) è dovuta proprio ad un’interfaccia grafica poco adeguata.

Ma le poste sono solo un esempio, pensiamo per esempio ad un rappresentante costretto a dover prendere le ordinazioni dei clienti a mano, a causa della poca intuitività dell’interfaccia del palmare in dotazione. Inserire i dati sul momento porterebbe a grosse perdite di tempo, e ai clienti non piace aspettare. Non sono bravo ad inventarmi situazioni possibili, anche quest’ultimo esempio infatti è un CASO REALE che ho visto.

Bisogna tenere conto inoltre che potrebbero esserci dipendenti di una certa età che ancora lavorano in azienda, già il computer per loro è una sfida, figuriamoci se anche la GUI ci si mette contro

Finiti gli esempi andiamo al punto: la relazione tra aziende e IT è una cosa indispensabile nella quasi totalità delle imprese. Ma quanto e come investire in questo settore?
Si deve investire sempre il GIUSTO, infatti grossi investimenti potrebbero essere ingiustificati in molti casi, per questo è importante sapere COME investire, magari attraverso l’assunzione di gente qualificata in grado di valutare i costi effettivi per la realizzazione di un software, ma soprattutto in grado di valutare la qualità del lavoro svolto, evitando così danni economici. 

mercoledì 27 luglio 2011

The dark side of the Apple

Una schiera di persone, tutte rasate, vestite uguali e disposte in maniera ordinata di fronte ad un maxi schermo, mentre osservano e ascoltano le parole del Grande Fratello, che imprime nelle loro menti sentimenti di odio e allo stesso tempo di obbedienza.
Da lontano arriva una ragazza, vestita con abiti diversi, con lunghi capelli ed un grosso martello in mano che corre verso lo schermo. La polizia la insegue, ma non fa in tempo a fermarla: con un gesto atletico sferra il grosso martello contro lo schermo.

Non sono impazzito, quella che parrebbe un estratto del romanzo “1984” è stata invece la pubblicità del primo computer Apple, uscito proprio nel 1984. Il Grande Fratello non era altro che IBM, detentrice della maggior parte del potere nel mondo dell’informatica. Apple era la soluzione, il primo passo verso una “rivoluzione”. La pubblicità ebbe un impatto stratosferico, fu il primo colpaccio azzeccato della Mela.
In questo intervento vi parlerò di come un'azienda che si batteva per determinati principi sia diventata la cosa contro cui combatteva.

Nella sua storia Apple ha sempre avuto nemici, il primo era appunto IBM
Apple è sempre stata un’azienda che ha portato innovazione, a cominciare proprio dai suoi primi computer, destinati ad utenti finali, non più solo ad aziende, fino ad arrivare agli attuali iPod, iPhone, iPad e così via. In realtà Apple non ha inventato nulla, piuttosto è sempre stata brava a prendere un’idea (anche vecchia), ottimizzarla, pubblicizzarla e rilanciarla sul mercato.
La bravura di Apple era quella di guardare sempre al futuro, senza mai soffermarsi un solo istante al presente. Un’azienda composta da persone libere di operare con la massima autonomia e di sfornare idee senza vincoli….Sembra una barzelletta se si pensa che il motivo del fallimento sia stata proprio questa eccessiva libertà (a detta degli ex dipendenti Apple). La “democrazia” aziendale inoltre era un altro fattore determinante, che portò perfino al licenziamento del fondatore, un certo Steve Jobs (che non ha bisogno di presentazioni).

L’azienda conobbe negli anni 90 un periodo di profondo buio, periodo che portò Apple quasi alla chiusura se non fosse che Steve Jobs acquistò la sua stessa Apple con i soldi che si era fatto con la Pixar. Successivamente acquistò NeXT, azienda il cui SO divenne poi la base dei computer prodotti dall’azienda di Cupertino. Jobs sapeva cosa portò la prima Apple al declino e quindi al suo licenziamento, decise perciò di cambiare completamente strategia. Non più libertà di idee all’interno dell’azienda ma modello piramidale, con lui stesso a capo di tutto.

Steve Jobs mentre presenta il MacBook Air, capolavoro di design e tecnologia
Il successo è garantito dal fatto che a lui le idee non mancano, è una delle persone più in gamba del panorama informatico, del resto Apple è nata anche con lui. I prodotti inoltre sono di buona fattura, il design è ottimo e in quanto a pubblicità ci sanno fare.
All’inizio del nuovo millennio rinasce la nuova Apple, la mela morsicata multicolore diventa una mela morsicata grigia, un marchio destinato a diventare il simbolo della generazione 2000. In poche parole Jobs capì la lezione impartitagli da Bill Gates: il prodotto che vende di più NON è quello migliore, conta l’IMMAGINE. Immagine ampiamente ottenuta grazie ad una combinazione tra stile, design e innovazione, il tutto amplificato da un marketing che ha portato il consumatore a vedere Apple come una sorta di fede.
Il cliente infatti è portato all’acquisto non solo per la qualità del prodotto offerto dalla Mela, ma anche per “l’attrazione” verso quest’azienda. Da appassionati di tecnologia si diventa fan della Apple.
Curiosità: le canzoni dei Beatles sono presenti su iTunes solo da poco tempo, infatti pare che  ai ragazzi di Liverpool non sia mai andato giù il fatto che la loro mela sia stata utilizzata da un'azienda informatica
Il passo finale consiste nel controllo totale del software, impedendo in ogni modo il contatto “esterno” con applicazioni che non sono passate sotto la lente d’ingrandimento della mela morsicata, che obbliga gli sviluppatori a vincoli rigorosissimi da rispettare, si è arrivati perfino al punto che il Flash Player non è supportato dai dispositivi iOS.
Insomma i clienti diventano fan, obbligati ad utilizzare determinati software e schifati per tutto ciò che è al di fuori del mondo Apple. L’atto è compiuto, per battere il Grande Fratello bisognava DIVENTARE il Grande Fratello. Addio vecchia Apple, benvenuta nuova Apple, il mondo è tuo.

venerdì 22 luglio 2011

Ma il cielo è sempre più Cloud

Come ho scritto in diversi interventi di questo blog, l’informatica sta subendo un cambiamento. Certo, l’informatica è SEMPRE in evoluzione, ma nei prossimi anni questo “avanzamento” (se così si può definire) sarà più profondo rispetto agli ultimi anni. Infatti il computer è sempre più uno strumento utilizzato esclusivamente per andare in rete, inoltre ora è possibile accedere al web anche da moltissimi altri dispositivi. Ecco quindi che, da strumento di elaborazione, i nostri PC sono sempre più vicini a dei terminali.

Similmente a quanto accade in un’architettura Client-Server aziendale, l’evoluzione tecnologica apportata dalle telecomunicazioni ha fatto si che i contenuti di cui usufruiamo comincino a trasferirsi man mano sempre di più verso il web. Se prima scaricavamo l’mp3 per sentire la musica ora ci basta scrivere il nome su youtube e ascoltarla in streaming da lì. Se non vi basta come esempio pensiamo a Facebook: moltissime persone acquistano un PC sono per accedere ai social network, dove i dati sono tutti salvati in rete, il resto del PC è pressoché inutilizzato.

Cloud Computing, in breve

L’avanzamento delle telecomunicazioni ha insomma portato in un certo senso una involuzione prestazionale dell’hardware, sempre più concentrato sul risparmio energetico che sulle prestazioni. Basti pensare ad esempio alle CPU che montano i netbook e i tablet, prestazioni paragonabili a quelle di processori di 7-8 anni fa, ma autonomie prossime alle 10 ore.
Insomma, una volta raggiunte le prestazioni sufficienti per far girare i contenuti del browser il gioco è fatto, manca solo una cosa: dove memorizzo i dati? Ecco che nasce il Cloud Computing, ovvero la possibilità di salvare i dati su un server remoto per poi accedervi in qualunque momento una volta connessi ad Intenet.
La cosa fa storcere il naso? È vero, l’idea di avere dei dati personali salvati su di un server in qualche parte del mondo non mi rende particolarmente felice, infatti tutt’ora non faccio uso di applicazioni cloud, tipo Dropbox (più che altro perché non ne ho la necessità). Inoltre nel caso non sia possibile accedere ad internet, anche i dati saranno inaccessibili.

I dati di migliaia di utenti vengono salvati in stanze simili a questa

La cosa però risulta estremamente utile nel caso si debba poter lavorare con gli stessi dati da dispositivi diversi: niente backup, niente trasferimenti continui da una postazione all’altra e possibilità di accesso e modifica su dispositivi di ogni tipo. Anche le foto caricate su Facebook sono un esempio di cloud, se per esempio vogliamo far vedere ad un amico le foto delle nostre vacanze, basta accedere, anche da un telefono, e abbiamo subito le foto pronte da sfogliare.

Nell’articolo precedente ho parlato di Chromebook, il primo computer/dispositivo che sfrutta completamente il Cloud Computing. Google infatti è stata (anzi è) una delle prime aziende a puntare di più sul cloud (e vorrei vedere, dato che il web è il suo mercato), creando strumenti innovativi come Google Docs, un editor di documenti simile a Word, ma completamente online, compresi i salvataggi dei file. Anche Microsoft ha dato un suo contributo, sulla falsariga di Docs, con la suite Office Live.

L'uomo ha sempre sognato di volare tra le nuvole, per ora ci possiamo limitare a farci andare i nostri dati (in quelle virtuali si intende)

Il cloud è solo una delle tante innovazioni informatiche che lo sviluppo della rete ha portato. A mio avviso l’unico grande ostacolo per la diffusione capillare di questo servizio e l’attuale impossibilità di potersi connettere in ogni luogo per accedere ai dati, a conferma di quanto sia necessario lo sviluppo della banda larga nel nostro paese. Per la questione sicurezza si potrebbe dedicare una parentesi a parte, il dover affidare i nostri dai ad un servizio “esterno” crea un forte senso di paura di poterli perdere o che qualcuno possa accedervi senza permesso, però possiamo porci una domanda: è più sicuro un server con dati criptati e sistemi di protezione all’avanguardia o in nostro PC? A mio avviso nessuno dei due.

lunedì 18 luglio 2011

Chromebook: il computer È il browser

Nonostante fosse già cominciata la capillare diffusione nelle case, fino a 10-12 anni fa il computer era visto quasi esclusivamente come strumento di lavoro. I prezzi erano ancora abbastanza altini, non inaccessibili ma comunque più alti di oggi, per cui pochi si incaricavano di una spesa che superava abbondantemente il milione di lire per accaparrarsi un affare di cui non sapeva che farsene.
La presenza di almeno 1 PC per casa, situazione in cui ci troviamo oggi, è dovuta senza dubbio grazie alla diffusione di internet. Il Web è la “linfa vitale” dei nostri computer, dato che la maggior parte delle persone non lo utilizzano per giocare (nonostante siano più potenti delle attuali console) o per lavorarci con vari programmi. La stragrande maggioranza di chi acquista un PC oggigiorno, lo fa per andare su internet (leggasi Facebook per molti).

Google, azienda di cui non nascondo di avere parecchia stima per tutte le innovazioni che ha portato e per avere contribuito maggiormente allo sviluppo e alla diffusione di internet, pare aver interpretato in maniera molto “estrema” questo concetto: se il PC viene utilizzato per andare su internet, a cosa serve tutto il resto?

Ecco quindi che nasce l’idea di un PC progettato ESCLUSIVAMENTE per il web: Chromebook.
Il nome deriva ovviamente dal famoso browser di Google, che in pochissimo tempo si è imposto come terzo browser più diffuso al mondo, sto parlando di Google Chrome. Ecco, il Sistema Operativo di questi “computer” è costituito solamente dal suddetto browser. Dal momento dell’accensione fino allo spegnimento abbiamo sempre davanti l’interfaccia di Chrome.

Samsung Serie 5, il primo Chromebook sul mercato
Una delle scelte più coraggiose del mondo IT, senza internet il Chromebook è solo un oggetto inutilizzabile, o per lo meno utilizzabile solo per le poche cose che è possibile fare offline come scrivere i testi o leggere contenuti da dispositivi USB, cose rese possibili grazie alle applicazioni di Chrome OS, che non sono altro che le estensioni del browser Chrome.
Ma quali sono i vantaggi? Velocità, in una manciata di secondi si è già online, è come accendere una calcolatrice per fare 2 conti al volo, compattezza, peso, autonomia e semplicità di utilizzo. Il prezzo non lo metto tra i vantaggi, dal momento che montano lo stesso hardware di un netbook, ma i prezzi sono leggermente più elevati (probabilmente a causa della presenza di un SSD, anche se di soli 16GB).
Se si esce un attimo dall’ottica “computerista”, che potrebbe portare a perplessità per le scelte prese da “big G”, il Chromebook parrebbe proprio pensato per un pubblico interessato SOLTANTO alla navigazione. La velocità di avvio in particolar modo fa si che accedere ad internet con questo dispositivo sia veloce come consultare rapidamente un libro oppure effettuare una chiamata, senza avere la noia di aspettare il boot del PC ed il caricamento del SO. La tastiera inoltre è pesantemente rivista: via il caps lock, i tasti funzione e tutto ciò che un utente medio non utilizzerà mai.

La gestione dei dati è tutta orientata sul cloud, quindi nessuna memorizzazione nell’SSD in dotazione, che funge da buffer e a volte da memoria quando si è offline, ma è tutto sincronizzato nei server di Google, come anche sono sincronizzati i segnalibri, le applicazioni e tutta la suite di strumento online che mette a disposizione Google. Insomma più che un PC è un terminale di accesso, terminale che funziona dannatamente bene (come ci ha abituati G), a parte qualche piccolo intoppo tipico dei nuovi SO al debutto.

Google è nato come semplice motore di ricerca, oggi offre numerosi servizi e applicazioni gratuitamente
dannatamente bene (come ci ha abituati G), a parte qualche piccolo intoppo tipico dei nuovi SO al debutto.
Il primo produttore che ha avuto il “coraggio” di buttarsi in questa sfida è Samsung, proponendo il Serie 5 in 2 versioni, una solo Wi-Fi e una con Wi-Fi e 3G. Il design è analogo agli ultraportatili Samsung e non è possibile in alcun modo espandere o cambiare le componenti interne (tipo Macbook per intenderci) dal momento che è tutto saldato sulla scheda madre. Presto (spero) seguiranno anche altri produttori, un po’ come è successo con Nexus One.

L’informatica sta cambiando e lo sta facendo su diversi fronti. Abbiamo oltre ai computer gli smartphone, i tablet e ora ci prova anche Google con questo Chromebook. Lo scenario è estremamente interessante.

giovedì 14 luglio 2011

Che fine ha fatto il WiMAX?

In fatto che molti neanche sanno cosa sia, dimostra ancora di più il fatto che il WiMAX nel nostro paese non è mai partito, nonostante le aste (con le relative concessioni) siano terminate dal 2008.

L’Italia è indietro, anzi, molto indietro per quanto riguarda la diffusione della banda larga. Siamo tra gli ultimi d’Europa e perfino la Libia, dove c’è stato un regime fino a poco fa e tutt’ora c’è una guerra, ci supera. Il WiMAX è uno standard approvato da IEEE (l’ente che si occupa di approvare standard in ambito di telecomunicazioni) nel 2001, e consiste nell’utilizzare frequenze radio, appartenenti sia alla banda “libera” (quella utilizzata per il wifi domestico) sia a frequenze su concessione, per diffondere la banda larga in maniera wireless, senza quindi dover aspettare che il gestore di rete fissa decida di estendere la banda larga su doppino telefonico anche in aree non coperte.

Il logo del WiMAX: provate a chiedere a qualcuno se l'ha mai visto o sentito nominare

Nel nostro paese la norma prevede l’utilizzo di questa tecnologia nella banda 3,4-3,6 GHz, ovvero frequenze su concessione. È stato quindi necessario eseguire un’asta pubblica per la concessione delle frequenze nelle varie regioni.
Sarebbe bello poter dire: “L’asta ha avuto luogo in contemporanea agli altri paesi d’Europa, è stata impedita la partecipazione alle aziende che forniscono medesimi servizi (per favorire la concorrenza) e oggigiorno abbiamo un mercato composto da molte aziende, non più un oligopolio, e la banda larga è oramai diffusa sulla maggior parte del territorio”…

…ma purtroppo tutto ciò non è affatto vero. Innanzitutto l’asta è avvenuta con un discreto ritardo rispetto a tutta Europa a causa della precedente assegnazione delle frequenze al Ministero della Difesa che ha fatto un po’ da intermediario. Successivamente è avvenuta l’asta, ma non è stata in alcun modo impedita la partecipazione di operatori telefonici già esistenti.
È nata anche una polemica su quest’ultimo punto, perché qualcuno ipotizzò che ad esempio Telecom avrebbe potuto comprare le frequenze ma non utilizzarle per il WiMAX, facendo così morire la tecnologia per evitare il nascere di qualche forma di concorrenza.


Antenna per WiMAX

A conclusione dell’asta si è raggiunto un incasso totale di 136 milioni di euro, la cifra più alta d’Europa, probabilmente a causa della partecipazione di aziende di telecomunicazioni che hanno alzato l’asticella mentre cercavano di aggiudicarsi le frequenze ed evitare così la concorrenza. Telecom si è aggiudicata diverse frequenze (che ovviamente non ha utilizzato per diffondere il WiMAX), mentre le altre aziende vincitrici non sono riuscite a raggiungere una certa copertura minima imposta dal regolamento (copertura che doveva essere raggiunta nell’arco di 24 mesi).

Il vero colpo di grazia però è stato inflitto dai gestori mobile, quindi Vodafone, Wind, TIM e H3G, con le famigerate chiavette internet! In particolare 3 Italia, nel lontano 2000, vinse la gara relativa all’assegnazione della licenza UMTS e nel 2003 lanciò i suoi primi telefoni capaci di effettuare le videochiamate, sfruttando la maggiore velocità offerta dall’UMTS.
Ma alla gente non interessano le videochiamate, la gente vuole internet e vuole navigare ovunque. Quando i gestori lo capirono era troppo tardi, il WiMAX era cosa già approvata e l’asta era imminente: bisognava fermarlo!

La soluzione a questo problema erano appunto le chiavette HSPA.
Il fatto che la rete era già pronta per offrire questo servizio, i terminali erano già largamente diffusi grazie a offerte del tipo “cellulare a 0 euro” (ma con vincoli contrattuali di 2 anni) e grazie ai pressanti bombardamenti pubblicitari, le chiavette distrussero definitivamente il WiMAX, che già faticava a partire per motivi suoi.


Chiavette internet HSPA: anche loro meritano un certo design, che scherziamo!
Oggi se si vuole navigare ovunque bisogna sottoscrivere un abbonamento mensile con qualche gestore mobile, gestori che non si fanno scrupoli a tenere prezzi altissimi e a far sottoscrivere abbonamenti vincolanti con relative penali, eventualmente un utente decidesse di cambiare.
La diffusione della banda larga su tutto il territorio e la possibilità di accesso ad internet ovunque a prezzi accessibili (oppure gratuitamente), restano ancora sogni lontani dall’avverarsi. La produttività potrebbe aumentare considerevolmente grazie ad internet, ma evidentemente non è nell’interesse dei soggetti che manovrano il nostro mercato.

Con lo switch-off della TV analogica si libereranno tantissime frequenze, vediamo ora cosa faranno o, più plausibilmente, NON faranno per sfruttarle a favore della banda larga.